Intervista a Bruno Contigiani di Vivere con lentezza

Ha senso oggi parlare di lentezza?

Nel 1999 quando, con Vivere con Lentezza, abbiamo cominciato a parlare di rallentare anche con iniziative a volte provocatorie, per far riflettere sui danni personali, sociali e ambientali di una vita spesa a tutta birra, oggi il senso della nostra attività pone l’accento sulla parola Vivere.
La crisi ha colpito duro, soprattutto nel settore dei servizi alle persone, quello che ci veniva dato solo 10 anni fa è molto ridotto, sia in termini di assistenza, sia per quanto riguarda la scuola, sia per il lavoro.
Di fronte a queste difficoltà, rallentare vuol dire prendersi cura, proponendo anche per la “Tenera età” un modo di usare il tempo fuori dai luoghi comuni. Il Tempo non è un vuoto da riempire, bensì un bene di cui possiamo godere rendendo partecipi gli altri del nostro modo di agire.

Ci racconti

Le faccio degli esempi che mi riguardano, siamo un gruppo di amici che hanno deciso di andare a vivere assieme in collina, a Vicobarone, nel Piacentino.
Quello che in molti definiscono un cohousing. Siamo stati spinti dalla convenienza economica, ma soprattutto dall’idea che così facendo avremmo potuto, in un futuro nemmeno tanto lontano, pesare di meno sulle spalle dei nostri figli, collaborando fra amici.

Regole?

Una regola sola, il rispetto dei tempi, degli spazi, del silenzio degli altri, poi viene il resto.
Non abbiamo costruito una casa ad hoc, ecosostenibile e high tech, ci siamo adattati a quello che c’era, cercando di non inquinare, risparmiando in energia e non distruggendo nuovo terreno con una nuova costruzione.

Come passate il tempo?

Il tempo non lo passiamo, non lo ammazziamo, non sogniamo di andare in crociera o tra una palestra e un corso di ballo, così si vive solo cercando di edulcorare gli ultimi giorni.
Lavoriamo a un tempo valoriale, per noi e per gli altri, mettendo a disposizione gli uni degli altri, le diverse competenze e i talenti, rendendoci disponibili gli uni agli altri, e aprendoci a nuovi altri.

Consigli?

Non mi permetto di darne. Cerchiamo di vivere intrecciando le generazioni, come era un tempo, si ricorda la casa con i nonni? Solo che non ci sono gerarchie generazionali o economiche. Una comunità di uguali con anziani, giovani, uomini, donne, bambini. In questo modo è possibile a differenza delle strutture a base familiare includere anche persone che non hanno legami di parentela, ma che condividono un modo di voler vivere. Ci si aiuta instaurando un piccolo welfare, fai da te, di gruppo.

Per i giovani?

Il vivere assieme nasce spesso da bisogni di dividere le spese tra studenti. Queste unioni si sciolgono alla fine degli studi, mentre è possibile offrire modelli di condivisione sia tra giovani che con le persone che mettono a disposizione le case per i giovani, magari arrivando a scambi di servizi, che vanno dalla semplice compagnia, alla cura degli animali o dell’orto, all’insegnare l’uso di Internet o dello Smartphone, che arricchiscono chi li pratica nel tempo. In questo campo anche le agenzie immobiliari potrebbero fare molto, in una ricerca comune di soluzioni.
Intrecci?

Tutte le esperienze basate su intrecci generazionali hanno funzionato, dagli asili mixati con case per anziani, ai circoli culturali, ma anche ai bar, in mancanza di altre strutture. Se le persone sono autosufficienti perché pensare a delle case di riposo? Vanno riviste, si deve parlare di case per la convivenza.